il timone di una nave

Come e perché sono diventata Professional Organizer

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Quando eravamo piccoli ce lo chiedevano: “Cosa vuoi fare da grande?”

Io negli anni, come credo tutti o molti, ho cambiato varie risposte. La prima risposta fu “la ballerina”, poi in tempi non sospetti ho avuto la fase di “regista o coreografa” (chissà se avevo chiara la differenza tra le due…) infine, in epoca matura, “il medico”.
Se hai letto la mia storia, sai che poi ho studiato Psicologia, e poi ho fatto l’attrice di teatro. A quella domanda non ho mai risposto che volevo fare la Professional Organizer. E non c’è da stupirsi! Non avevo idea che esistesse questo lavoro.

Ma quindi come si arriva a fare questo lavoro? Non so per gli altri, ora ti racconto come ci sono arrivata io.

Avviso: si sa, alle persone piace raccontare la propria storia. Questa volta è il mio turno, e so già che mi piacerà. Significa che so già che scriverò tanto, il mio articolo sarà lungo e voi, miei cari amici lettori, vi stuferete, probabilmente. Ma se mi volete leggere, prendetevi del tempo, mettetevi comodi. Questo articolo resta qui, non scappa. Leggetelo a più riprese, se per voi è meglio. Scegliete di leggermi quando dovete riempire una attesa, io sarò felice di farvi compagnia.

Di quando fai delle scelte, e poi boh

All’università ho studiato psicologia, anche se avrei voluto fare medicina. Ma non sono passata per due volte all’esame di ammissione, e per fortuna. Perché avrei capito troppo tardi che non era la strada giusta per me. Quindi sono approdata a Psicologia, in nome di un forte e sempre valido interesse verso l”umano”. Col senno di poi posso dire che anche quella strada mi sarebbe piaciuta tanto, l’unico mio problema è stato che all’epoca non sono stata capace di immaginarmi un mio futuro in questa professione, non avendo le idee chiare su quali possibilità mi si aprissero e su cosa avrei voluto fare io.

Ci ho messo sei anni a fare la laurea triennale, perché essendo totalmente inadatta all’abnegazione totale, negli anni dello studio ho fatto anche molte altre cose: oltre ad avere una (pure troppo) fiorente vita sociale, ho fatto la volontaria sulle ambulanze della mia città, ero attiva in parrocchia, ho trascorso tanto tanto tempo in associazioni e movimenti giovanili, ma soprattutto ho scoperto il teatro. Spenderei altre mille pagine a raccontarti della mia esperienza teatrale, ma per dovere di sintesi ti dico che l’ho studiato a livello amatoriale per alcuni anni e dopo la laurea all’università ho deciso di intraprendere la strada del teatro in maniera professionale. Ho quindi frequentato una accademia teatrale a Venezia e poi mi sono buttata nella mischia. Per fortuna ho trovato altri due colleghi fraterni con i quali fondare una piccola compagnia indipendente, perché la mischia, quella vera, è roba da gente con il pelo sullo stomaco, che io non avevo, e non ho.

Ciononostante la mischia ci ha messo a dura prova e dopo diversi anni di determinazione, e forse anche di ostinazione, abbiamo realizzato che per noi era troppo dura. E quindi anche io, come mille altri che non ce la fanno a sfondare, ho cercato un lavoro aggiuntivo, che mi permettesse di mantenermi. Ho iniziato a fare la segretaria in una scuola di danza e teatro. Era perfetto: in un settore che mi piaceva un sacco, part time, in un bell’ambiente, nella città più bella del mondo. Solo che poi negli anni, questo “lavoretto” è diventato un “lavorone” perché da segretaria sono entrata nel direttivo, e quindi io con altre due socie-super abbiamo diretto la scuola per tre anni.

Ora è difficile riassumere in poche righe come ho smesso di recitare, come ho cominciato a rendermi conto che mi ero imbarcata in una cosa più grande di me, che avevo capito che fare l’imprenditrice culturale era stata una scelta poco consapevole, che non ci dormivo la notte per certi pensieri su certi debiti, che soprattutto le condizioni e situazioni di quel lavoro non mi stavano (più) bene…. Quello che è successo è che alla fine ho sclerato (si può dire?).

Piangere davanti alla centrifuga dell’insalata è un segnale da non sottovalutare

Me lo ricordo quando è successo. Una mamma di un allievo della scuola aveva sbagliato l’iban del bonifico per il pagamento della quota, per il corso frequentato da suo figlio. E io me ne ero accorta leggendo le mail del lavoro (che leggevo sempre e dovunque), mentre ero ancora a casa a prepararmi il pranzo, visto che lavoravo di pomeriggio. Mi è salito un tale nervoso che ho buttato l’insalata nel lavello, e mi sono messa a piangere.

Non ce l’avevo con la mamma, nè con l’insalata. E non era neanche una cosa grave, gestivo e risolvevo situazioni tutti i giorni. Ma solo l’idea di dover risolvere quel problema mi ha fatto andare via di testa. Ero evidentemente arrivata ad un limite, al quale non mi ero neanche resa conto di essermi avvicinata. E certamente una spinta verso questo limite me l’avevano data anche due lutti davvero tanto importanti, avvenuti proprio quell’anno, a breve distanza l’uno dall’altro.

Da quel giorno si è aperta in me una discussione. Ho messo in discussione tutto: ho cominciato a considerare che quello che avevo non fosse tutto quello che volevo. Non sopportavo più neanche il più piccolo particolare della situazione che stavo vivendo, e che per me da anni era ormai abitudine. Non riuscivo a proiettarmi nel futuro, anzi sì, mi ci vedevo. Ma quello che vedevo non mi piaceva per niente. Io non volevo vivere e lavorare così.

Mi sono data del tempo e mi sono ascoltata. E’ stato quello che io chiamo il mio periodo di “discernimento”. E facendo un salto quantico arriviamo a quando ti dico che quindi ho scelto di lasciare il lavoro, mi sono sposata e con la fine dell’anno di corsi, a giugno 2017 sono rimasta a casa. Ammetto, sono stata fortunata a potermi permettere questo tempo di sosta. E’ stato un privilegio quello di avere una condizione sicura e tranquilla, in cui potermi fermare e riposare.

“Cosa vuoi fare da grande?”

Non avevo una risposta. Avevo 36 anni, mi ero appena sposata. E non avevo ancora una risposta.

A quel punto, come un’espressione del dialetto veneto descrive efficacemente, ” sono andata in busa” (trad: sono entrata in una buca). Ho cominciato ad avere paura. A temere che il punto in cui ero arrivata fosse un punto morto. Ho cominciato a pensare che fino al quel punto non avevo combinato niente, che ero una fallita. Vedevo le mie coetanee intorno a me che erano avvocati, medici, tutte professioniste affermate, che lavoravano da almeno dieci anni. Che compravano case. E io facevo la mantenuta. Tutto quello che avevo intrapreso (psicologia, il teatro, la scuola) era tutto fallito. Ma quello che era peggio era ritenere che non c’era un lavoro che sapessi fare. Mi chiedevo in continuazione: “Ma io cosa so fare?” E la risposta che mi davo era sempre: “Niente“.

Allora ho deciso di cambiare la domanda

La risposta “niente” era sbagliata, ma per potermi accorgere che fosse così ho dovuto cambiare la domanda. Mi sono chiesta: “Ma davvero io mi merito di stare a casa a sentirmi fallita?”, “Ma davvero io non ho niente che possa essere utile a qualcuno?”. Non so dire cosa mi abbia fatto sostituire questi pensieri. Secondo me è stato l’amore. Quello per me stessa, e quello della fantastica persona che avevo, e che ho, al mio fianco.

Ho cambiato le parole che mi dicevo: ho cominciato a dire che una come me, a casa, a deprimersi, era un enorme spreco. Ho cominciato a pensare che le diverse esperienze che avevo fatto nella vita non erano strade fallite, ma tratti con un diverso terreno di uno stesso percorso, che era il mio ed era unico. Ho cominciato a capire che avevo delle doti, che le vicende e gli avvenimenti della mia vita mi avevano insegnato tante cose e permesso di far emergere le mie qualità, e che quindi se mi guardavo indietro, senza giudizio o condanna, potevo riconoscere chiaramente quali talenti avevo lasciato affiorare negli anni. Ho cominciato a chiedermi: “Quali sono i miei talenti? Cosa sono brava a fare? Cosa farei con gioia per tutta la vita?”.

Questo è stato un periodo magico, perché ero aperta a tutti gli stimoli, in ricerca e in pieno fermento!

Più che conoscere, si è trattato di riconoscere

In questo periodo magico, facendola breve che sennò scrivo un libro (e magari chissà, forse un giorno lo scrivo veramente!) ho lasciato che tutti gli stimoli e le informazioni mi investissero: cercavo cose in internet, parlavo con persone, mi confrontavo, mi raccontavo, leggevo e cercavo, sentivo le storie degli altri e raccontavo la mia…

Non è stato un fulmine, è stato più che altro un riconoscimento. Un lento riconoscimento. Avevo scoperto l’esistenza del lavoro del Professional Organizer diversi anni prima, quando facevo la segretaria e avevo cominciato a convivere con mio moroso (che poi è diventato mio marito). Io sono sempre stata una amante della cura della casa, ma anche una persona molto pratica e orientata alle soluzioni. Per la nuova organizzazione della casa avevo cercato ispirazioni sul web, e saltando di qua e di là, tra un video e un articolo, avevo scoperto il sito di APOI e in particolare una pagina che parlava del loro primo evento nazionale, a Bologna nel 2014. Era aperto al pubblico, ma per me non era possibile partecipare. Ma avevo letto il programma, gli argomenti e in quel momento ho scoperto che quello dell’organizzazione, che io già amavo, era un ambito nel quale c’era qualcuno che ci lavorava. Certo, come molte persone, sono sempre stata naturalmente portata alla praticità, organizzazione, comodità. Ma non avevo idea che queste cose potessero concretizzarsi in un lavoro. Eppure esisteva. In quell’occasione l’ho scoperto, e finita lì, diciamo.

Quell’informazione poi è rimasta in un cassetto della mia memoria per alcuni anni, nel frattempo ne ho sentito ancora parlare da qualcuno che conoscevo… ma solo dopo qualche anno, quando io ero nel mio “periodo di ricerca” per dir così, questa conoscenza si è materializzata imponente davanti a me. Ci siamo riconosciute.

Quando mi chiedevo cosa mi piacesse fare, cosa ero brava a fare, cosa gli altri mi riconoscevano che fossi brava a fare… mi davo delle riposte. E quando ho pensato a quale lavoro potesse riassumerle tutte (o quasi!) la risposta l’ho trovata nell’organizing, cioè nel mondo dell’organizzazione, nella figura del Professional Organizer.

Il Professional Organizer era il lavoro giusto per me!

Ho unito il mio amore per la casa e per la comodità e praticità, il mio interesse per la persona e per il suo percorso e la voglia di cambiamento, la mia efficienza e affidabilità, la mia propensione al dialogo e alla connessione con le persone, la mia voglia di mettermi in gioco, la voglia di fare qualcosa di utile. Con in più il desiderio di lavorare in maniera indipendente, senza la responsabilità di nessun’altro se non di me stessa. Di scegliere i tempi e i modi in cui lavorare. Scegliere con chi lavorare.

Mi sono informata, ho letto e ricercato informazioni e poi con tanto entusiasmo mi sono iscritta al corso base di Organizzare Italia, per chi vuole diventare P.O. a gennaio 2018, e subito dopo mi sono iscritta ad APOI. Poi il mio percorso formativo è continuato come ti ho raccontato qui e certamente prosegue!

Ora lavoro, lavoro veramente! Faccio i miei piccoli passi, le mie esperienze via via si moltiplicano, crescono i contatti e i progetti. La strada è appena cominciata, c’è certamente un sacco di lavoro da fare per crescere! Ma la mia benzina è la sensazione di aver trovato la strada giusta per me.

Certo, i momenti complicati non mancano… Questa professione non ha certo la strada spianata (ma quale ce l’ha?) e le difficoltà da superare saranno ancora tante.

Io avanzo felice e orgogliosa, con i miei sogni e con un bel piano di azione per realizzarli!

Se sei arrivato a leggere fino a qui, io ti ringrazio tanto. Non so cosa ti è rimasto, se ti è servito a qualcosa. Se ti fa piacere, puoi dirmelo scrivendomi a info@sarabettella.it. Anche a me piace leggere le storie degli altri!

Se ti interessa quello che faccio puoi visitare il mio sito e iscriverti alla mia newsletter, e inoltre mi trovi anche sui social: Facebook e Instagram.

Se vuoi, io ci sono!

 

Photo by Joseph Barrientos on Unsplash

2 commenti su “Come e perché sono diventata Professional Organizer”

  1. Grazie Sara per questa condivisione che ci hai regalato con grande autenticità.
    Mi hai commosso e fatto riflettere.
    Leggendo la tua storia ho pensato che io forse sono nella fase del dover cambiare la domanda e riconoscere i talenti.
    E poi ho pensato ancora una volta che sei proprio “giusta” per il lavoro che ti sei scelta e ti ho un po’ invidiato (in senso buono) per come hai saputo far fiorire le tue capacità.
    E infine ho pensato che i tuoi clienti sono proprio fortunati a lavorare con una P.O. come te!!! 😉

  2. Cara Mary, grazie infinite per le tue belle parole… Anche tu commuovi me! Sono certa che non farai nessuna fatica a vedere anche tu le tue bellissime qualità. Un abbraccio!

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Ciao! Mi chiamo Sara Bettella e sono una professional organizer, socia senior di APOI.
Mi occupo di organizzazione personale e sono specializzata in organizzazione della casa e delle attività domestiche.
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